“Quando l’amore non basta” Aspetti psicologici delle relazioni violente

“Quando l’amore non basta” Aspetti psicologici delle relazioni violente

Aspetti psicologici della relazione violenta

Intervento realizzato, il 25 Novembre 2016, in occasione della tavola rotonda “NON UCCIDERE EVA! DIAMO VOCE AL SILENZIO” organizzata dal Coordinamento Provinciale Donne Acli Trapani, per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. 

Come psicologa, ma soprattutto come donna, sono convinta che momenti di incontro e di riflessione come questi siano molto importanti ed utili per tutti, per sensibilizzare ed informare la comunità su un fenomeno sociale cosi diffuso, ma nello stesso tempo, cosi sommerso, come la violenza sulle donne.

Il tema della violenza, è un tema molto complesso e delicato, esistono diverse forme e diversi casi di violenza; oggi, in occasione della giornata internazionale della violenza sulle donne, mi soffermerò sugli aspetti psicologici delle relazioni di coppia violente, per poter riflettere insieme a voi su che cosa accade nella relazione fra un uomo che agisce la violenza su una donna che la subisce.

Non ci sono delle cause specifiche e uguali per tutti i casi; ogni situazione è a se stante, proprio perché parliamo di relazioni fra persone diverse e quindi, di volta in volta, possono esserci motivi diversi.

Nonostante ciò, vedremo che ci sono invece delle dinamiche relazionali comuni che si presentano in tutte le relazioni violente e che le caratterizzano.

Iniziamo col vedere quali sono le caratteristiche psicologiche di chi agisce violenza.

Nella maggior parte dei casi, gli autori di violenza sono persone ben conosciute e molto vicine alle vittime, possono avere avuto una relazione pregressa, e quindi essere degli “ex”, oppure possono avere una relazione in corso ed essere i partner attuali.

Un uomo violento è violento a prescindere dall’età che ha, dal lavoro che svolge, dal gruppo etnico a cui appartiene, dal suo credo religioso e dalla sua condizione socio-economica. Ad oggi, sembrano non esserci, almeno non in modo scientificamente validato, fattori predisponenti e favorenti l’essere violento.

Solo una bassa percentuale di essi è affetta da psicopatologie conclamate; invece, nella maggior parte dei casi, a generare violenza sono delle cause psicologiche.

Da un punto di vista psicologico, infatti, gli uomini violenti sono labili emotivamente, passano facilmente da uno stato emotivo ad un altro, hanno difficoltà nel controllo degli impulsi e nel contenimento delle frustrazioni. Infatti, raggiungono in brevi tempi, la soglia massima di sopportazione delle frustrazioni, oltre la quale, all’improvviso, diventano violenti.

Gli uomini violenti hanno un continuo bisogno di attenzione e ammirazione da parte della partner. La percezione dell’indifferenza o del rifiuto da parte delle loro donne sono motivo di un dolore, così profondo, che può scatenare una furiosa reazione di sconvolgimento e rabbia.

Sono uomini che non  reggono il confronto con l’altro, non sanno gestire i conflitti, non sanno negoziare o mediare; si scelgono partner dipendenti, accudenti e fragili e crescono i loro figli, in questo clima instabile e rabbioso, trasmettendo loro l’errata convinzione che nel mondo esiste sempre chi comanda (l’uomo) e chi subisce (la donna). Spesso, infatti, con il loro comportamento e il loro modo di essere nella coppia genitoriale passano il messaggio educativo per cui i figli maschi vanno considerati come unici ed esclusivi detentori di potere, mentre le figlie femmine come soggetti inferiori destinate a subire e a sottomettersi.

In questo senso è come se ci fosse una trasmissione generazionale della violenza di genere nelle relazioni. La dipendenza femminile da uomini violenti, infatti, può anche avere origine in famiglie nelle quali la violenza e la prepotenza maschile è stata accettata o tollerata. Così le ragazze che hanno avuto padri violenti rischiano, a loro volta, di divenire vittime di uomini violenti, dai quali non si proteggono, a cui si legano e da cui hanno poi difficoltà a separarsene. Si parla di rischio e non di conseguenza certa. Chi, invece, non ha avuto questo copione familiare alla violenza di genere, è più facilitata nella possibilità di riconoscere, evitare o eventualmente di uscirne se è caduta in una relazione violenta.

CARATTERISTICHE DELLE RELAZIONI VIOLENTE

La relazione violenta è una relazione asimmetrica, cioè non paritaria fra i due partner, caratterizzata dal dominio di un partner sull’altro. La violenza serve proprio a questo nella relazione: ad esercitare la propria supremazia/potere sottomettendo e controllando l’altro.

Una relazione si può definire violenta, nel momento in cui gli episodi di violenza si ripetono nel tempo e sono continuativi; diventando cosi una caratteristica stabile del rapporto di coppia.

Mentre, un singolo episodio violento non rende violenta una relazione. In una coppia, negli anni, capita di litigare, ma è bene precisare che, durante una lite molto accesa, può scappare una parola offensiva, in casi estremi anche uno schiaffo, l’importante è che poi, alla lite, seguano le scuse, i sensi di colpa per quello che è accaduto, il perdono e la riappacificazione fra i due. Ciò che conta è che, nella storia della coppia, siano episodi singoli e diluiti nel tempo.

Uno dei più importanti motivi che rendono il partner molto violento, spingendolo in alcuni casi al femminicidio, è l’intolleranza verso la perdita del potere, come succede nei casi in cui la donna vuole lasciarli. Per l’uomo diventa impossibile ammettere a se stesso di perdere il controllo e il potere sulla sua donna. E’, infatti, comprovato come molti omicidi domestici avvengono proprio dopo una separazione voluta dalla donna.

Quando, in una coppia, i maltrattamenti diventano sempre più frequenti e più gravi, di solito le persone esterne, i familiari, gli amici ecc., si aspettano che le vittime allontanino presto i loro partner violenti, ma non tutte le donne trovano la capacità di chiudere il rapporto. Perché in questi casi si crea una relazione di coppia di dipendenza in cui la violenza avviene all’interno di una relazione affettiva. Lì, sta una gran parte della difficoltà di lasciare il partner. Questo però, a livello sociale, genera incomprensione, e pian piano le vittime vanno perdendo il sostegno dell’ambiente sociale, fino ad essere paradossalmente giudicate co-responsabili degli accadimenti di violenza. “lei se l’è cercata! Perché non lo lasciava? Io non l’ho capita” dicono alcuni.

E’ evidente che per le donne, di fronte a questa difficoltà che gli altri hanno di capirle, diventa ancora più complicato provare a chiedere aiuto all’esterno; perché in loro si attiva la paura di essere giudicate, criticate, di non essere capite, di non essere accolte e sentono un grande senso di vergogna e di responsabilità legato al dover ammetter che l’uomo che loro amano le maltratta.

All’interno delle relazioni di coppia si possono verificare DIVERSE FORME DI VIOLENZA. Tra le più importanti ci sono: la violenza fisica, sessuale, economica e psicologica che, fra tutte, è la più subdola, invisibile ed è invasiva.

 La VIOLENZA FISICA è relativa alle aggressioni fisiche, come spingere, schiaffeggiare, prendere a calci e a pugni, tirare i capelli, bruciare, fino ad arrivare all’uso di armi ed oggetti contundenti ecc.

La VIOLENZA SESSUALE si può verificare all’interno del rapporto di coppia ad esempio come imposizione alla donna di rapporti sessuali indesiderati oppure il costringerla ad usare o produrre materiale pornografico, ecc.

La VIOLENZA ECONOMICA riguarda ogni forma di controllo e limitazione che impedisce alla donna di essere economicamente autonoma. Per esempio viene privata o controllata del proprio denaro personale o di famiglia; oppure nel caso delle separazioni, ci può essere il mancato pagamento dell’assegno per il mantenimento ecc.

La VIOLENZA PSICOLOGICA è quella forma di violenza che attraverso insulti, minacce, ricatti, umiliazioni pubbliche e private, derisioni, ridicolizzazioni, controllo eccessivo ed estrema gelosia crea un danno enorme sulla persona, infatti va a ledere l’identità della donna per convincerla di “non valere nulla”, per farla sentire inferiore e poterla controllare e dominare. La vittima, quindi, si ritrova ad costretta dal partner a fare cose contro la propria volontà, si trova in uno stato di inferiorità che la indebolisce e la rende impotente.

IL CICLO DI VIOLENZA ALL’INTERNO DI UNA RELAZIONE DI COPPIA

L’uomo, per accrescere il suo potere all’interno della relazione violenta, adotta DUE STRATEGIE:

  • L’ISOLAMENTO, cioè fa in modo che la donna RIMANGA ISOLATA e si allontani da tutte le sue reti familiari, amicali e lavorative;
  • IL CONTROLLO, controlla qualsiasi cosa la donna faccia.

Una volta che la donna è isolata e controllata, inizia il cosiddetto CICLO DELLA VIOLENZA, comunemente diviso in 4 fasi che ciclicamente si alternano. Il loro alternarsi ha una durata e frequenza che sono variabili; infatti, con il trascorrere del tempo, il passaggio da una fase all’altra diminuisce sempre più, mentre l’intensità della tensione e della violenza aumenta.

Vediamo come si innesca e come si autoalimenta questo ciclo.

Il tutto parte da un atto quotidiano che pur essendo banale, come il non rispondere ad una chiamata al cellulare oppure il non aver preparato per cena il piatto preferito del marito, innesca nell’uomo violento una reazione esagerata.

Fase 1: CRESCITA DELLA TENSIONE

L’uomo inizia ad assumere un atteggiamento ostile e scontroso. La donna si rende conto che la tensione aumenta e cerca di ridurla per prevenire l’escalation di violenza, concentrandosi sui bisogni dell’uomo e reprimendo le proprie paure e necessità. Ma questo non basta.

Fase 2: ESPLOSIONE DELLA VIOLENZA

L’uomo inizia con gli insulti, le minacce, le offese, le grida e cerca di spaventarla rompendo oggetti per spaventarla, per poi passare alla violenza fisica che, man mano diventa sempre più grave. A volte, per sottolineare il proprio potere, l’uomo può agire violenza sessuale. In questa fase del ciclo, la donna ha paura di morire e si sente impotente e inerme. Ogni donna può avere reazioni diverse: c’è chi fugge, chi cerca di difendersi, chi protesta e poi c’è chi si ritrae e chi sopporta aspettando che finisca.

Fase 3: LUNA DI MIELE (può durare da due giorni a sei mesi)

E’ la fase del pentimento e delle attenzioni amorevoli. Infatti, dopo l’evento violento, l’uomo chiede perdono, dice che vorrebbe poter tornare indietro e promette di cambiare. Lui fa tutto ciò, non perché ha consapevolezza del male inferto alla donna, non perché ammette di aver sbagliato nei suoi confronti e, in  preda ai sensi di colpa, si pente. L’uomo fa tutto ciò perché ha paura che la donna lo lasci e lui perda il controllo su di lei. Quindi, per ristabilire il potere e il controllo sulla partner, si dimostra premuroso, carino, attento, le fa dei regali e promette di impegnarsi a far si che le cosi cambino. A volte, minaccia che potrebbe addirittura arrivare a suicidarsi. Costruisce una vera e propria trappola in cui la donna cade senza neanche rendersene conto. La donna, infatti, riscopre l’uomo amorevole e affascinante che aveva conosciuto all’inizio della loro relazione e di cui si era innamorata. Pensando che grazie al suo amore potrà cambiare il partner e la loro relazione, accetta le sue pseudo-scuse e tornano insieme. In questa fase, molte donne vivono dei forti sensi di colpa solo per aver pensato di lasciarlo, altre ritirano le denunce che avevano avuto il coraggio di fare, altre ancora interrompono le consulenze avviate e lasciano gli alloggi protetti per ritornare al proprio domicilio impegnandosi a fare di tutto per far funzionare la relazione. Inoltre, le donne hanno la tendenza a rimuovere il ricordo dei maltrattamenti subiti, sminuiscono le violenze subite e difendono il partner violento di fronte a terze persone.

Fase 4: SCARICO DELLA RESPONSABILITÀ

Una volta tornato tutto come prima e ristabilito il potere sulla partner, l’uomo non riconosce le proprie responsabilità, ma attribuisce la colpa del proprio agire violento o a cause esterne (situazione economica, lavoro, uso d’alcool, stress, ecc.) o, soprattutto, alla donna che lo ha provocato o ha fatto qualcosa che giustificasse la sua aggressione. La donna, illudendosi di poter evitare altre escalation di violenza modificando il proprio comportamento, si assume la responsabilità del comportamento violento del partner, deresponsabilizzandolo. Di fatto, tutto cambia per non cambiare nulla. Di lì a poco, un fatto o un evento qualsiasi, che turberà il partner violento, riavvierà il ciclo della violenza.

È proprio questa ciclicità, in cui il partner  alterna momenti d’affetto alla violenza, che rende molto difficile alla donna uscire dalla relazione.

Purtroppo, con  il passare del tempo gli episodi violenti tendono a diventare più frequenti e più gravi, con conseguenze sempre più gravi per la donna.

Per cui, se il processo ciclico non viene interrotto la vita della donna rischia seriamente di essere in pericolo.

GLI EFFETTI DELLA VIOLENZA SULLA PSICHE DELLA VITTIMA, nel tempo, sono devastanti e vanno a compromettere l’integrità psichica della donna. Il maltrattamento provoca nella donna la perdita del suo «punto di vista» sul mondo e su se stessa. È uno degli effetti della violenza più deleteri e ci aiuta a capire il perché le donne hanno difficoltà ad «andarsene». La donna non pensa più con la sua testa, ma pensa come l’uomo vuole che lei pensi e soprattutto, pensa, a come evitare di farlo arrabbiare.

Nel momento in cui la donna perde il proprio punto di vista, perde se stessa e diventa molto insicura. Eppure questa perdita è la condizione necessaria per poter sopravvivere all’interno della relazione violenta. Questa condizione non permette più alle donne di entrare in contatto con i propri sentimenti e i propri desideri e quindi di riconoscerli, scambiando per propri i desideri e i sentimenti del partner. La donna perde la sua identità, perde il contatto con sé stessa, con il suo vero sé e con la sua capacità di fronteggiare le situazioni e la vita. È come se si annullasse come persona. Chi è vittima di violenza manifesta diversi sintomi tra cui: perdita di fiducia e autostima, sensazione di impotenza, disturbi del sonno e incubi, ansia, depressione, difficoltà di concentrazione, dolori ricorrenti in diverse parti del corpo, difficoltà a gestire i figli, idee di suicidio e autolesionismo. Vivono in uno stato continuo di ipervigilanza, stanno sempre in uno stato di allerta come se vi fosse una persistente situazione di pericolo. Molte delle donne vittime di violenza vivendo traumi continui, sviluppano un vero e proprio Disturbo Post-traumatico da Stress (DSM-IV). Le vittime si sentono vuote, stanche, prive di energia, sono apatiche. Soffrono di ansia. Non riescono a pensare o concentrarsi, nemmeno su attività molto banali.  Sono confuse, non sono in grado di lamentarsi, sono come anestetizzate. Hanno perso la loro autostima, la fiducia negli altri, si sentono sole, indifese e spesso soffrono di amnesia. (Inibire il ricordo aiuta a sopravvivere e a non prendere coscienza dell’abuso. Le donne che subiscono violenza danno non solo l’impressione di aver dimenticato il fatto, ma anche di aver dimenticato i sentimenti di sdegno e umiliazione subiti.)

Per fronteggiare i continui traumi a cui sono sottoposte, le vittime di violenza tendono a DISSOCIARSI DALLA SOFFERENZA, preferiscono “non sapere”, separando le emozioni e vivendo l’esperienza traumatica con un atteggiamento di distacco, d’irrealtà. È l’unico modo che hanno per difendersi e proteggersi all’interno della relazione.

A livello emotivo c’è un congelamento dei sentimenti a scopo difensivo.  Raccontano episodi di terribile violenza in modo distaccato e freddo. Perché, per sopravvivere, sono abituate a difendersi da emozioni dolorose ed esperienze traumatiche. Nei racconti delle donne maltrattate spesso la rabbia è assente, mentre il sentimento prevalente è il dolore.

COME SI PUÒ USCIRE DAL CIRCOLO VIZIOSO DELLA VIOLENZA.

All’inizio della relazione violenta, la donna è convinta di poter tenere sotto controllo la situazione, solo dopo svariati anni e il ripetersi di molti episodi di maltrattamento, la donna pian piano comincia a prendere consapevolezza che non può né controllare, né cambiare il suo partner e sviluppa una motivazione più forte ad uscire dalla relazione violenta. Spesso riescono a trovare il coraggio di lasciare il partner per i figli, per proteggerli dal clima di violenza in cui si ritrovano.

Come ho detto più volte, queste donne hanno difficoltà a lasciare i loro partner, e anche se la maggior parte di loro non ci riesce, alcune ci provano, a volte riuscendo a liberarsene. Le donne che decidono di rompere il silenzio e di separarsi dai loro uomini violenti possono rivolgersi ai Centri Antiviolenza presenti nel territorio oppure alle Istituzioni.

La donna che subisce violenza è una donna traumatizzata, che non si fida facilmente degli altri, portatrice di sfiducia, fallimento, vergogna, paura e soprattutto di senso di colpa. La prima cosa che bisogna fare è accoglierla e ascoltarla in questa sua profonda sofferenza; la donna ha bisogno di non sentirsi criticata e giudicata, ma protetta e accudita, riconosciuta nella sua fragilità e nel suo dolore.

La violenza, in qualsiasi modo venga esercitata, lascia sempre una traccia profonda nella personalità di chi la subisce. Spesso la donna che subisce violenza non ha la consapevolezza di ciò: è quindi necessario dimostrarle che quello che ha vissuto non era espressione di un rapporto d’amore (come credeva) ma, piuttosto, di una relazione patologica di sottomissione e dipendenza (come, molto spesso, non riesce ad accettare). Per ogni donna, la fine di un rapporto comporta una vera e propria destrutturazione, il crollo di un assetto psicologico che aveva lentamente e faticosamente costruito nel tempo.

In questi casi, bisogna essere solidali, empatici, evitare atteggiamenti giudicanti e rispettare i tempi della donna. Aiutarle, da un punto di vista psicologico, e non solo, significa intraprendere insieme a loro un processo di rinascita psicologica e personale.

Aiutare una donna vittima di violenza significa condivider con lei un lungo percorso, in cui è fondamentale lavorare per far si che rinforzi la sua autostima, si riappropri di sé stessa, del proprio punto di vista e del piano di realtà, riacquisendo fiducia in sé e negli altri per poter ricominciare a vivere una vita nuova.

Le donne vittime di violenza hanno bisogno di una presa in carico completa; hanno bisogno di essere sostenute e protette non solo a livello sociale, ma anche a livello legale, economico e psicologico. Hanno bisogno di strutture in cui tutto questo sia possibile, di leggi che le tutelino, di servizi che li aiutino in questo lungo processo di ricostruzione della loro vita.

Anche gli uomini violenti hanno bisogno di essere aiutati nelle loro difficoltà relazionali, soprattutto da un punto di vista psicologico. Negli ultimi anni, sono nati, in tale ottica, alcuni centri dedicati a loro, che rispondono al bisogno di aiuto che si cela dietro il loro essere violenti nelle relazioni con l’altro.

DONNE RICORDIAMOCI SEMPRE CHE:

UN UOMO VIOLENTO NON CAMBIA CON L’AMORE DI UNA DONNA.

NESSUN AMORE VIOLENTO VALE UNA VITA!

locandina scarpe a memoria posto vuoto simbolico durante i lavori intervento dott.ssa Culcasi relazione violenta 

 dott.ssa Maria Culcasi

 

 

 

 

 

 

 

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